L'obiezione, posta nel modo più forte possibile
Cominciamo dall'obiezione, perché merita di essere formulata bene prima di essere smontata. Da Hume in poi, chi non crede ha in mano un'arma filosofica precisa: la nozione stessa di causa, dicono, è un'abitudine mentale, non una necessità logica. Vediamo eventi che si susseguono regolarmente e chiamiamo "causa" il primo e "effetto" il secondo, ma non c'è nulla nell'esperienza che ci autorizzi a dire che il secondo debba seguire dal primo. E se la causalità è solo un'abitudine, ogni argomento che parte da "tutto ciò che si muove è mosso da altro" parte da una premessa che non è mai stata dimostrata, solo osservata un numero sufficiente di volte da diventare comoda.
Kant ha aggiunto il colpo di grazia: anche ammessa la causalità come categoria valida, funziona solo dentro il campo dei fenomeni, cioè delle cose come appaiono a noi nello spazio e nel tempo. Estenderla fino a un "primo motore" o a una "causa incausata" fuori da quel campo è un salto illegittimo, un uso della ragione oltre i limiti in cui la ragione stessa può funzionare. In breve: anche se la fisica avesse bisogno di una causa prima, quella causa non avrebbe alcun diritto di essere chiamata Dio, e il passaggio da "causa del mondo fisico" a "essere personale, intelligente, degno di adorazione" resterebbe un salto di fede travestito da logica.
È un'obiezione seria, e buona parte dell'apologetica popolare non le rende giustizia, perché prova a rispondere con le cinque vie lette come le legge chi non le ha mai studiate sul serio: come cinque catene causali che, per stanchezza o per pigrizia intellettuale, si fermano a un primo anello chiamato convenzionalmente "Dio". Se le cinque vie fossero davvero questo, l'obiezione di Hume e Kant le demolirebbe senza fatica.
Cosa dimostrano davvero le cinque vie
Non è questo che san Tommaso sta facendo, e il fraintendimento nasce quasi sempre da un dettaglio che i manuali scolastici davano per scontato e che oggi va spiegato: la differenza tra una serie causale accidentalmente ordinata e una essenzialmente ordinata.
Una serie accidentalmente ordinata è quella in cui ogni causa, una volta prodotto l'effetto, può sparire senza che l'effetto ne risenta. Un uomo genera un figlio e può morire il giorno dopo: il figlio continua a esistere e a sua volta genererà altri figli, in una catena che può regredire all'infinito senza che questo crei alcun problema logico. Se le cinque vie parlassero di questo tipo di causalità, l'obiezione "perché non può regredire all'infinito?" sarebbe legittima, e in effetti nessuno è mai riuscito a dimostrare che l'universo non possa avere una catena di cause di questo tipo che si perde all'indietro nel tempo senza inizio.
Ma le cinque vie parlano di un altro tipo di serie: quella essenzialmente ordinata, dove ogni causa intermedia non fa altro che trasmettere un'attività che non possiede da sé, qui e ora, in questo istante, non all'inizio del tempo. L'esempio classico e un po' démodé è la mano che muove il bastone che muove il sasso: il bastone non ha potere motore proprio, lo riceve dalla mano nello stesso istante in cui lo esercita. Un esempio più moderno: il calore che il Sole trasmette alla Terra, e che la Terra a sua volta cede all'atmosfera, non è una proprietà che l'atmosfera possiede indipendentemente dal Sole, esiste solo finché la fonte continua ad agire, ora. Togli il Sole in questo istante, e la trasmissione si interrompe subito, non tra un miliardo di anni.
In una serie di questo tipo, la regressione all'infinito non è solo improbabile, è logicamente incoerente: se ogni membro della catena riceve la sua attività da un altro e nessuno la possiede in proprio, togliere il presupposto di un primo membro che quell'attività la possiede per essenza (non per partecipazione, ricevuta da altro) significa togliere la base che rende conto di tutta la catena, in questo istante. È come chiedere una spiegazione a una serie infinita di specchi che si riflettono a vicenda senza che nessuno emetta luce propria: per quanti specchi aggiungi, l'immagine non appare mai, perché manca la fonte.
Le cinque vie, in breve, senza tradirle
Con questa distinzione in mano, le cinque vie (Summa Theologiae, I, q. 2, a. 3) si leggono diversamente:
Ex motu, dal movimento: tutto ciò che passa dalla potenza all'atto (un corpo freddo che diventa caldo, per esempio) riceve quell'attualizzazione da qualcosa che è già in atto rispetto a quella determinazione. Serve un primo motore che sia atto puro, senza alcuna potenzialità residua da attualizzare, altrimenti avrebbe bisogno a sua volta di un motore.
Ex causa efficiente: niente può essere causa efficiente di se stesso, dovrebbe precedersi nell'esistenza. Serve una prima causa efficiente non causata, non nel senso di "la prima nel tempo" ma nel senso di "quella da cui dipende, ora, l'intera serie subordinata".
Ex contingentia, la terza via, spesso la più fraintesa: le cose contingenti (che possono esistere e possono non esistere) non spiegano da sole la propria esistenza attuale. Se tutto fosse contingente, in un tempo infinito ci sarebbe stato un momento in cui nulla esisteva, e dal nulla non viene nulla, quindi nulla esisterebbe ora. Poiché qualcosa esiste ora, deve esserci un essere necessario, che non riceve la propria esistenza da altro.
Ex gradibus, dai gradi di perfezione: troviamo cose più o meno buone, vere, nobili. Un "più" e un "meno" implicano un massimo a cui ci si avvicina per approssimazione. Deve esserci qualcosa che è causa del bene, del vero, di ogni perfezione in massimo grado, per essenza e non per partecipazione.
Ex gubernatione mundi, la quinta via, quella teleologica: le cose prive di intelligenza (i corpi naturali) agiscono comunque in vista di un fine, sempre o quasi sempre nello stesso modo, per ottenere il risultato migliore. Ciò che è privo di conoscenza non tende a un fine se non è diretto da un'intelligenza, come la freccia dall'arciere. Serve dunque un'intelligenza che ordini le cose naturali al loro fine.
Ognuna delle cinque vie si chiude con la stessa formula, "e questo tutti chiamano Dio", quod omnes dicunt Deum. Ed è qui che va fatta la distinzione più importante, quella su cui vale la pena essere onesti fino in fondo.
Cosa è davvero dimostrato, e cosa no
Le cinque vie non dimostrano l'esistenza del Dio trinitario, incarnato, che ha parlato per mezzo dei profeti e si è rivelato pienamente in Cristo. Quello lo sappiamo per fede, non per dimostrazione filosofica, e nessun tomista serio ha mai preteso il contrario. Le cinque vie dimostrano l'esistenza di un primo motore immobile, di una prima causa efficiente incausata, di un essere necessario per essenza, di una fonte massima di ogni perfezione, di un'intelligenza ordinatrice: attributi che, una volta messi assieme e sviluppati (è il lavoro che Tommaso fa subito dopo, nelle domande successive della Prima Parte), risultano appartenere a un solo essere, semplice, immutabile, infinito, personale. È molto meno del Dio della fede, ed è già moltissimo rispetto a un universo materiale senza fondamento.
Qui la certezza non è tutta dello stesso livello, e vale la pena distinguerla con precisione. Che Dio possa essere conosciuto con certezza dal lume naturale della ragione a partire dalle cose create è dogma definito, dal Concilio Vaticano I (Dei Filius, cap. 2, con relativo canone). Che questa dimostrazione debba prendere esattamente la forma delle cinque vie tomiste, con questo apparato concettuale di atto e potenza, è invece la lettura tradizionale e maggioritaria della scuola tomista, non un dogma a sé: altri approcci filosofici cattolici (agostiniano, per esempio, o le vie leibniziane sulla ragion sufficiente) arrivano a conclusioni compatibili per strade diverse. Sono percorsi legittimi all'interno dell'unica verità che la ragione, usata bene, arriva a Dio.
Perché non sono un pezzo da museo
Torniamo a Hume e Kant, a cui dobbiamo ancora una risposta diretta. L'obiezione di Hume regge contro una nozione di causalità ridotta a correlazione empirica regolare, ma la causalità di cui parlano le cinque vie non è quella: è la relazione metafisica tra potenza e atto, tra ciò che può essere e ciò che è, ed è presupposta dalla scienza stessa ogni volta che uno scienziato cerca un meccanismo che spieghi perché un sistema passa da uno stato a un altro, invece di limitarsi a registrare che di fatto lo fa. Negare questo tipo di causalità non salva la scienza dall'irrazionalità, la affonda insieme alla metafisica.
E l'obiezione di Kant, che la ragione non possa uscire dal campo dei fenomeni, presuppone già una metafisica precisa (quella per cui la realtà "in sé" è inconoscibile e le categorie valgono solo per il fenomeno), una metafisica che va argomentata, non data per scontata come se fosse un dato neutrale della ragione. San Tommaso, da realista, sostiene che l'intelletto conosce davvero l'essere delle cose, non solo le loro apparenze filtrate da categorie a priori: se questo realismo di fondo regge (ed è un'altra battaglia, quella contro il nominalismo e l'idealismo, che merita un articolo a sé), allora il passaggio dall'effetto contingente alla causa necessaria non è un salto oltre i limiti della ragione, è la ragione che fa esattamente il lavoro per cui è fatta.
Un argomento scritto nel Duecento non diventa obsoleto perché sono passati otto secoli. Diventa obsoleto se qualcuno dimostra che la sua struttura logica è falsa. Nessuno, a oggi, lo ha fatto.